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Ivrea - La storia

Il luogo su cui sorge Ivrea era anticamente occupato dai Salassi, popolo che abitava gli attuali Canavese e Valle d'Aosta: le loro attività principali erano l'estrazione mineraria di ferro, rame, argento e il setaccio dell'oro dalle sabbie dei fiumi. Per questo motivo, e poichè occupavano un passaggio strategico sulla via delle Gallie, i Romani mossero una guerra vittoriosa contro i Salassi e, nel 100 a.C., fondarono Eporedia (probabilmente da epo-cavallo e reda-carro equestre), elevata a municipium con ordinamento uguale a quello di Roma e messa a capo della Regione Transpadana XI.

Duomo
© Foto Pantacolor
Veduta delle Torri Campanarie
del Duomo di Ivrea
I Romani disegnavano le città secondo criteri che derivavano dal castrum, l'accampamento militare: generalmente di forma quadrangolare, cinto da mura e attraversato due vie principali perpendicolari tra loro, il cardo e il decumanus. La prima pianta di Eporedia, per, formava un pentagono irregolare a causa della natura collinosa del terreno: il decumanus maximus corrispondeva alle attuale Via Palestro e Via Arduino (ancora oggi l'asse viario principale della città), il cardo maximus a Via IV Martiri. Nel periodo di maggior splendore, Eporedia disponeva di parecchi edifici pubblici, tra cui un teatro, un anfiteatro, un foro, un tempio, alcune terme e due ponti sulla Dora. Dal V al IX secolo Eporedia fu sede di un ducato longobardo, poi contea di un regno franco che dominava Canavese, Vercellese, Novarese, Lomellina e parte del Monferrato; nel IX secolo divenne capitale della marca omonima.
Intorno all'anno Mille fu dominata da due grandi personalità: il vescovo Warmondo, che contribuì alla crescita culturale, religiosa e artistica della città; il marchese Arduino, simbolo di libertà e indipendenza dall'imperatore straniero, incoronato primo re d'Italia a Pavia nel 1002. Nei secoli successivi, nello scontro tra i marchesi del Monferrato e i duchi di Savoia, prevalgono questi ultimi, cui Ivrea giura fedeltà nel 1313. Nel 1357 Amedeo VI di Savoia inizia la costruzione dell'imponente castello che ancora oggi domina la città. Nel 1393 la città viene colpita da una violenta pestilenza; il secolo si chiude con le invasioni di Facino Cane e con il "TUCHINAGGIO", feroce reazione dei contadini contro i signori canavesani e le loro gravose imposte.
Seguono i periodi delle dominazioni spagnola e francese, con gravi danni alla popolazione. Il 21 maggio 1800 le truppe napoleoniche s'impossessano della città, che diventa capoluogo del Dipartimento della Dora. Con la caduta di Bonaparte la città torna al Regno di Sardegna e fino al 1859 rimarrà capoluogo di Provincia. A partire dal 1800 la città si espande e si attuano sostanziali trasformazioni all'assetto urbanistico, che man mano perde l'impronta medioevale. Nei primi decenni del Novecento la città è investita da un processo di industrializzazione che raggiunge il culmine col momento di massimo splendore della OLIVETTI.
Polenta e merluzzo
© G. Garetto
Distribuzione in piazza di Polenta e Merluzzo
in una foto degli anni '50

Comitato della Croazia
Perchè CROAZIA? Perchè il BANO?
Questa è una domanda che viene rivolta moltissime volte e rispecchia una più che legittima curiosità.
La gente si chiede se esiste o è esistito un rapporto con la Croazia inteso come Stato sovrano confinante con l'Italia. No, non c'è nessun rapporto tra questo piccolo angolo della nostra Città e la Croazia. E allora perchè? La ragione risiede nel fatto che nei secoli scorsi ci fu una presenza fisica di autentici Croati nella nostra Città e lasciarono il segno, una loro testimonianza, proprio nel nostro piccolo rione.
Il termine Bano, che sta ad indicare la figura del presidente dell'attuale Comitato della Croazia, è un vocabolo squisitamente slavo, sta ad indicare la figura del capopopolo. In Croazia infatti esistevano i Banati, come da noi esistevano i Granducati, e Marchesati, le Contade ecc.
Per quel che riguarda la presenza fisica dei Croati ad Ivrea, lo storico Angelo Pietra sostiene che vi sia un riferimento ai Croati del Regno Lombardo Veneto giunti ad Ivrea nel 1848 dopo la battaglia di Novara. Fin qui la versione dello storico Angelo Pietra. C'è però un'altra versione molto suggestiva sulla questione Croazia che ci è giunta un paio di anni fa. Sono notizie fornite dalla rivista Minerva in data 15 Settembre 1938.
Si legge che verso la fine dell'inverno precedente (1937), alcuni fra i più autorevoli giornali italiani come il "Corriere della Sera" riportavano la notizia che ad un grande veglione carnevalesco in Ivrea, aveva preso parte anche il "Bano della Croazia".
Merluzzo
© G. Garetto
Il merluzzo prima della lunga preparazione
La notizia era troppo interessante perchè passasse inosservata senonchè nessuno sapeva dare spiegazioni. Ci si chiedeva come si è potuto conservare il ricorso del Bano Croato in quella lontana regione piemontese con cui la Croazia, nè come Stato nè come Nazione, aveva mai avuto alcun rapporto ad eccezione delle operazioni dei reggimenti Croati che nelle guerre del Risorgimento Italiano sono arrivati fino ad Ivrea. Si fecero pertanto delle ricerche, grazie alla disponibilità e gentilezza di alcune personalità italiane della stessa città di Ivrea, e in gran parte venne chiarita, tenendo presente che non è stato possibile raccogliere dei veri dati storici. Si tratta infatti di un passato di oltre 800 anni.


Da quelle ricerche risulta che l'eroe della Crociata Tancredi avesse arruolato in Lombardia dei cavalieri per la prima Crociata.
Tra i cavalieri accorsi da ogni parte, avevano risposto all'appello anche diversi notabili della città di Ivrea.
Come avvento in Lombardia, anche in Croazia molti cavalieri entrarono nelle armate dei Crociati per andate a liberare il Sacro Sepolcro.
Parecchi di questi cavalieri Croati si trovarono in Terra Santa con i cavalieri di Ivrea, stretta amicizia con loro, proposero ai Croati di seguirli a Ivrea; anzichè rimpatriare in Croazia al ritorno dalla Terra Santa.
Dopo tanto insistere, alla fine i Croati devono aver aderito a ritornare in compagnia dei cavalieri di Ivrea anche perchè lusingati dalle migliori condizioni di vita prospettate dai loro compagni italiani.
Si stabilirono dunque ad Ivrea di là della Dora e come avviene in tutti i gruppi di emigranti diedero vita a una piccola "isola etnica" nella quale i Croati indisturbati poterono coltivare la loro lingua e conservare le loro usanze.
Comunque sia, in questa colonia di Ivrea, i Croati da subito usarono eleggere un capo che doveva essere il custode della lingua, delle usanze e dei costumi.
Analogamente a quanto avveniva nella loro madrepatria, diedero al loro capo il titolo di Bano chiamando poi "Croazia" la loro colonia, per cui i vicini di Ivrea chiamarono il loro capo "Bano della Croazia".
L'articolo continua sottolineando gli ottimi rapporti di vicinanza che si stabilirono fra gli Eporediesi e i Croati.
Passarono i secoli e i discendenti della piccola colonia Croata si assimilarono con l'elemento italiano molto più numeroso, finchè non ci fu più nessuna differenza di la della Dora.
Però il ricordo del "Bano della Croazia" non si cancellò più.
A Zagabria capitale della Croazia c'è la piazza Jelacic', cuore della città, un grande spazio rettangolare al Centro del quale troneggia la statua equestre del Bano (Vicerè) Josip Jelacic, l'eroe Croato che nel 1848 condusse le sue truppe alla vittoria sconfiggendo gli ungheresi. Venendo ai giorni nostri, il Comitato della Croazia si costituì, il 23 marzo 1985 davanti ad un Notaio, in Associazione.

L'Associazione "Comitato della Croazia Polenta e Merluzzo" cura due momenti di attività molto importanti e significativi in Ivrea.
Carnevale di Ivrea
© G. Garetto
La Mugnaia dello Storico
Carnevale di Ivrea
Il primo, che cade la domenica prima di Carnevale, in cui si organizza la festa della Croazia con la cerimonia di riappacificazione fra gli abitanti le due rive della Dora al centro del Ponte Vecchio. Perchè tutto questo?
Qui bisogna tornare indietro nel tempo quando i romani costruirono il ponte che unì le due rive del fiume.
Lo storico Angelo Pietra sostiene al riguardo che gli abitanti del Borghetto furono sempre mal tollerati dagli abitanti la riva sinistra della Dora perchè vantavano la preminenza del loro rione sostenendo che proprio nel Borghetto i legionari romani dei consoli Appio Claudio e Cecilio Metello avevano posto il loro accampamento che servì per costruire il ponte e fondare sulla riva sinistra del fiume la romana Eporedia.
Questa ostentata superbia mai piacque agli altri cittadini ed in particolare modo a quelli del rione di S.Maurizio che, essendo confinanti, non perdevano occasione per far lite. Prima del riordino Napoleonico (1808), quando i cinque rioni della città organizzavano ognuno per conto proprio il corteo carnevalesco, il corteo di S.Maurizio irrompeva spesso sul ponte difeso da quelli del Borghetto.
Il ponte allora si mutava in un ristretto e pericoloso campo di battaglia lasciando poi sul selciato feriti e contusi da entrambe le parti.
A queste discordie posero termine le donne delle altre tre Parrocchie della Città.
Le madri, le mogli e le fidanzate unitamente a quelle di S. Maurizio, stanche di vedere i propri uomini tornare a casa feriti, laceri e contusi, confezionarono una bandiera crociata al centro della quale spiccava un corvo portante un ramo di olivo in segno di pace.
Con questo risoluto proposito, verso la fine del XVIII secolo le donne della Città, seguite dai figli e dai mariti, si incontrarono a metà del ponte che fu teatro di molte risse; quelle di S. Maurizio donarono la bandiera a quelle del Borghetto suggellando così la pace. Pace che da allora tutti gli anni viene ricordata con un pranzo riconciliatore organizzato dal Comitato della Croazia in Borghetto: il "Pranzo della Croazia".
Da documenti esistenti risale al 1886 il primo processo verbale che fa riferimento alla festa della Croazia mentre nel 1894 troviamo su "L'Albo della Pubblicità" la cronaca del Pranzo della Croazia.
Il secondo momento di attività del Comitato della Croazia è rappresentato dalla distribuzione di "polenta e Merluzzo" sulla pubblica piazza, il tipico piatto di magro con il quale il mercoledì delle Ceneri si inizia l'austero ma gioioso periodo Quaresimale.
Questa tradizione ha origini molto antiche; risale infatti alla seconda metà del 500 con la controriforma effettuata dalla Chiesa Cattolica che decretò l'osservanza della Quaresima, il mangiare di magro il venerdì e nelle vigilie.
Si ha notizia che nella nostra città questa ricorrenza veniva celebrata nei vari rioni per l'iniziativa di gruppi di cittadini ognuno dei quali nella piazza del proprio rione, cucinava un po' di polenta accompagnata da merluzzo e cipolle.
Tutto questo durò fino alla vigilia del secondo conflitto mondiale che cancellò tutte queste iniziative e naturalmente anche il Carnevale.
Al termine della guerra, quando la vita lentamente riprese il suo ritmo, il Comitato della Croazia fece sua questa iniziativa conferendole un carattere benefico dando, poi anno dopo anno la consistenza che ha oggigiorno.
Il giornale "La Sentinella del Canavese" del 6 febbraio 1948 pubblica il programma del Carnevale concludendo con: "Mercoledì 11 ore 12 pranzo popolare "Polenta e Merluzzo".
La nostra Polenta e Merluzzo dal 1948 a oggi ha subito un notevole incremento cuciniamo infatti 800 Kg di merluzzo con 1440 Kg di cipolle confezionando poi in piazza 1400 Kg di polenta. La nostra Associazione nel 1988 si è gemellata con Tossignano in provincia di Bologna, località che, dal 1622, il martedì di carnevale celebra la festa della Polenta e nel 1990 con Sermoneta in provincia di Latina. L'evoluzione di queste iniziative fece sì che nel 1998 si arrivasse alla costituzione di una Associazione di carattere nazionale: "L'Associazione Culturale Polentari d'Italia".
Attualmente questa Associazione annovera 14 sodalizi come il nostro, sparsi su tutto il territorio nazionale.
Sono sodalizi che hanno come noi la cultura della Polenta e che si esprime in tutta la sua interezza nei raduni che a cadenza biennale si svolgono nelle varie località sede delle Associazioni.
Polenta e merluzzo
© Foto G.Garetto
I polentari all'opera




























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